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Articoli

Il cappotto di Proust

Un libro delicato destinato agli amanti di Marcel Proust ovvero a chi, curioso origliante della grande  letteratura, voglia avvicinarsi all’uomo prima che allo scrittore e alle sue opere.

A scriverlo è Lorenza Foschini, conduttrice del Tg2 e per cinque stagioni alla guida di Misteri, prima su RaiTre e poi su RaiDue.

Il tempo, nel periodo compreso tra la fine dell’esperienza della Comune di Parigi e la fine della prima guerra mondiale.

Esponente di punta, quanto a capitali ereditati, della emergente ricca borghesia, amante del gioco e degli investimenti in borsa dove è uso all’acquisto non appena il prezzo sale di titoli di certo originali ed esotici quali Ferrovie del Messico e Miniere d’oro australiane per poi puntualmente rivenderli non appena il valore scende.

Assommando perdite per altri insostenibili.

Viene spesso definito, dai suoi contemporanei, un dilettante peraltro snob ma in realtà si rivela, nelle sue opere, un profondo conoscitore dell’animo umano e le sue frequentazioni degli ambienti della ricca borghesia e dell’alta aristocrazia sono spesso occasione di osservazioni che trovano poi riscontro nelle riflessioni interiori dei suoi personaggi. Malato di asma cronica, dopo la deludente esperienza del servizio militare, scopre la propria omosessualità e, anche in famiglia, deve fare i conti con la cultura omofobica dell’epoca. Di tutto questo, con delicate, leggere pennellate, ci da indirettamente conto il volumetto di Lorenza Foschini del quale sono protagonisti un collezionista e la sua ricerca dei reperti, dei ricordi di Proust, dai mobili di casa alle carte, agli oggetti personali fino al cappotto avvolto di leggenda per essere stato cosa unica con il personaggio dello scrittore. Così conosciamo il rapporto tra l’autore di Alla ricerca del tempo perduto e il fratello Robert, luminare di medicina nel solco della tradizione paterna, ma soprattutto il porsi della famiglia tutta dello scrittore nei confronti di un ragazzo che si ritrova a un’epoca non certo caratterizzata dalle ampie vedute. Lorenza Foschini, con vere e proprie pennellate letterarie, ci trasmette una storia che si snoda come un romanzo e prende l’avvio dall’emozione di un ritrovamento.

Storia di un oggetto abbandonato a se stesso perché ritenuto vecchio e inutile, ma poi recuperato ed esposto in tutta la sua logora e commovente fragilità: non un cappotto, ma il cappotto di Proust.

E proprio il cappotto di Marcel Proust mostra tutta quella sua debolezza della vita, insieme alla maniacalità che l’ha reso grande nella parola letteraria e nello sviscerare il suo universo, o meglio come lui lo vedeva.

L’autrice stessa fornisce la chiave di lettura iniziale e a quel punto il viaggio del lettore prosegue come un’inchiesta, un’investigazione, in cui però sono gli oggetti stessi a rincorrersi nella storia, fino a fornire lati inaspettati, punti di vista occultati dal tempo e dalla storia, dove emergono volti e personaggi, storie di grandezze e di piccinerie, di chi ha dimenticato quegli oggetti, di chi non li ha capiti, o di chi ha poi pensato di trarne una fonte di lucro. In tutto ciò emergono anche le figure di chi li ha amati, come Jacques Guérin, che da profumiere imprenditore diventa anche collezionista, spinto dal desiderio irrazionale di impadronirsi di quei simulacri di realtà e di passato. “Mi avvicino lentamente a piccoli passi, sorridendo per l’imbarazzo e mi accosto al tavolo.

Davanti a me c’è il cappotto, adagiato sul fondo della scatola, posato su di un grande foglio come su di un lenzuolo: irrigidito dall’imbottitura di carta che lo riempie, sembra davvero rivestire un morto.

Dalle maniche, anch’esse imbottite, escono ciuffi di velina. Mi sporgo di più, piegandomi sul piano di metallo dove è poggiata la scatola, mi sembra che vi sia al suo interno un fantoccio senza testa e senza mani.

Pieno, corpulento, con un ventre sporgente.” Così, in queste righe, leggiamo l’emozione dell’autrice stessa, il viaggio che in prima persona lei ha intrapreso faccia a faccia con l’universo e l’immaginario proustiano che si manifesta innanzitutto come ricerca di oggetti.

Si può dire che con il pretesto di parlare del cappotto di Proust, la giornalista Lorenza Foschini ha trovato una nuova occasione per riaprire il discorso su un autore che non finirà mai di stupirci.

Un libro per chi ha il desiderio di stare in compagnia di una bella lettura intelligente, che certamente  avrebbe forse fatto sorridere lo stesso Proust.

 

 

di Francesco Zarzana

Articolo tratto dalla rivista BUK

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“Il cimitero dei pazzi” conquista Parigi… la storia di Marguerite B.

Buio in scena. Un cono di luce illumina una sedia. Il foulard rosso cattura l’attenzione. La sinfonia di sottofondo ci riporta con la mente ad epoche lontane…difficili…e forse mai vissute.

Mi accingo ad entrare in scena. Delphine Dey, attrice parigina di grande esperienza, mi è accanto e impersonerà con me la protagonista. Stiamo in silenzio. Un rapido sguardo tra noi e un pollice verso l’alto che ci conferma che siamo pronte. Sipario. Emozione e suggestione.

É quello che ha provato il pubblico di Parigi del Thèatre de l’Opprimé all’ascolto della lettura scenica tratta dal libro “Il cimitero dei pazzi” di Francesco Zarzana, già giudicato tra i migliori libri italiani di qualità del 2010 e patrocinato da Progettarte. Ma emozione e suggestione l’abbiamo provata anche io e Delphine nel dare voce alla vera storia della giovane Marguerite B., reclusa nel castello-prigione di Cadillac sur Garonne, in Aquitania, per aver commesso un gesto non penalmente perseguibile ma imprigionata perché gli arcaici strumenti educativi degli anni ’50 ne avrebbero dovuto permettere la sua ‘rieducazione’ e il suo  reinserimento nella società. Purtroppo però la tragedia ha travolto la giovane vita della ragazza, suicidatasi nell’angusta cella a pochi giorni dalla sua uscita.

“Ho provato grande commozione – racconta Francesco Zarzana – nel vedere il mio lavoro debuttare in scena in una grande capitale europea. Il pubblico di Parigi ha sottolineato con gli applausi il gradimento al testo, lasciandomi senza fiato, grazie soprattutto alla magistrale interpretazione delle due attrici in scena. Stampa e critica sono stati concordi e il successo parigino ci riempie di gioia. L’intreccio di questa dolorosa storia realmente accaduta recupera in modo esemplare dati e fatti e li consegna alla memoria sociale. Un cimitero quello di Cadillac, in cui riposano quattromila alienati, malati di mente, quasi tutti senza identità. Durante la seconda guerra mondiale poi, quasi 45.000 internati morirono in tutta la Francia sotto il governo filo-nazista di Vichy. E del cimitero dei pazzi, diventato oggi monumento nazionale francese, ne racconto i misteri”.

E avendo io stessa interpretato la povera e sfortunata Marguerite B., posso confermare quanto sia stato drammatico e complesso assorbire, anche solo in parte, il suo disagio, la sua sensibilità, il suo non essere compresa dal resto della società che le ruotava attorno. Ho cercato di entrare nella sua sfera intimistica e profonda, suscitando nel pubblico parigino attenzione e coinvolgimento emotivo: cambi di tonalità, espressione, intensità sono stati gli elementi-chiave per interpretare una figura di ragazza difficile e controversa.

Marguerite aveva il grande dono di riuscire a toccare il cuore delle persone, lasciando una traccia pesante ed indelebile su chiunque l’avesse conosciuta…sia prima che dopo la sua morte…me compresa.

Rossella Diaz

Articolo tratto dalla rivista BUK

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Un angelo sulle punte

Si spengono le luci. É il momento di andare in scena: “Sì, questo è il mio mondo. E quando l’ho capito, è stato per sempre”

Incontro con la Première Danseuse dell’Opéra di Parigi, la ‘Tersicore’ italiana più evocativa ed eterea della nobile arte della danza classica che il 30 luglio sarà a Riccione per il gala di danza dal titolo “Eleonora Abbagnato et Ses Amis” organizzato da Progettarte.

“Puoi andare ovunque nel mondo ma senza radici affondi”

Poche parole riassumono la sua storia e ci fanno comprendere il significato di una vita intera.

Sempre lontana dalla famiglia e dagli affetti, che rimangono ben saldi, anche se fisicamente distanti. In un momento in cui nel mondo dello spettacolo e dell’arte si arriva alla popolarità senza particolari meriti o sacrifici, l’eccezione è proprio davanti a me e si chiama Eleonora Abbagnato. Poco più che bambina si è affacciata con determinazione e serietà alla danza classica e nel corso del tempo la sua passione si è trasformata in professione. Ma il talento non basta. Le doti fisiche non sono tutto: rigore, disciplina, spirito di sacrificio e determinazione… è questo il segreto del suo successo.

Quale sentimento provi quando torni a danzare per il pubblico Italiano?

É qualcosa di unico. Provo una straordinaria energia quando torno ad esibirmi in Italia.Il pubblico mi attende sempre con grande gioia e mi piacerebbe riuscire ad essere presente più spesso. Vivo e lavoro a Parigi da tanti anni ormai, ma ora come ora purtroppo, sarebbe per me impossibile pensare di ritornare in pianta stabile, poiché la crisi ha colpito anche i teatri italiani e non ci sarebbero le condizioni per un mio trasferimento. Devo ammettere però che questa situazione mi rattrista tantissimo. Io in prima persona cerco di andare incontro alle esigenze dei teatri, dei direttori artistici: abbiamo decine di teatri in Italia, dei piccoli capolavori d’arte, che non vengono sfruttati al meglio.

Da qualche anno sto portando la mia consulenza artistica al Teatro Petruzzelli di Bari, poiché vorrei fortemente che la danza classica e contemporanea potesse tornare allo splendore di un tempo. Ora come ora, siamo solo io e Roberto Bolle gli unici esponenti italiani che fanno conoscere la danza classica nel panorama artistico mondiale…ed è un vero peccato, poiché si dovrebbe puntare molto di più sulla formazione dei giovani ballerini. É il secondo anno che decido di essere presente in provincia di Modena a “T come Teatro”, rassegna di qualità che lascia così spazio anche alla danza e io mi sento un po’ a casa.

Eleonora, se ti proponessero di tornare a ballare in Italia, lasceresti la Francia e l’Opèra?

Beh da brava italiana, anzi siciliana legatissima alla propria terra, tornerei immediatamente!

C’è una così forte voglia di arte e di cultura in Italia. All’Opéra di Parigi vanno in scena 140 spettacoli di danza all’anno, uno ogni due giorni, alla Scala di Milano solo 45…un altro pianeta! Per questo motivo gli italiani hanno così tanta sete di danza… Quindi mi auguro fortemente che si trovi presto una soluzione ai tagli previsti ai teatri, alla danza e alla cultura in generale, poiché  penalizzano anche noi artisti e di conseguenza il nostro pubblico.

Parliamo un po’ del tuo libro “Un angelo sulle punte”: una biografia decisamente intimista dove traspare il tuo amore per la danza, i sacrifici, le rinunce e le conquiste fatte, grazie al sogno che sei riuscita a realizzare.

Il libro segue il percorso formativo che fa di una bambina di quattro anni, una prima ballerina.

E poi le occasioni che fanno di una ballerina qualunque, una ballerina internazionale.

A quattro anni ho cominciato a studiare danza nella scuola che si trovava sopra il negozio di mia madre. Poi mi traferii a Montecarlo e a Cannes. Fino alla mia grande occasione: a quattordici anni la scuola dell’Opéra di Parigi, diretta da Claude Bessy. Nel 1996 entrai nel corpo di ballo dell’Opéra e nel 2001 diventai prima ballerina. Ho così tanti ricordi, fin da quando me ne sono andata via da Palermo.

Un’accademia, ancora un’altra, un’altra ancora.

Posti magici dove ho vissuto molto. Nel libro ho incluso anche brani delle lettere che mia madre mi scriveva. Sono pagine da cui si capisce un po’ il mio carattere: ostinato, nel lavoro come nei  sentimenti.

Ho dovuto fare tante rinunce, ma non mi pento di nulla! Ho voluto anche scrivere dei momenti più duri e tristi che hanno segnato il mio percorso, senza però soffermarmi troppo per non rendere  pesante la lettura. Nel libro c’è tutta la mia storia. É il racconto di una vita autentica, con la fortuna di aver avuto accanto una famiglia che mi ha sorretta ed aiutata molto nel percorso che mi ha portata sin qui.

Come mai in Italia, non si riesce a dar risalto e visibilità alle giovani compagnie ed ai nuovi  talenti? Cosa ne pensi dei Talent Show?

Purtroppo in Italia si ha l’erronea convinzione che se in un qualsiasi teatro va in scena “il grande nome famoso”, vale la pena andare a vederlo. Se invece debutta o si esibisce una giovane compagnia teatrale o di danza sconosciuta, allora non è fondamentale spendere i soldi del biglietto. É molto triste quando si ragiona in questi termini. Poiché bisogna avere fiducia nell’arte, nei iovani talenti, nelle scelte dei sovraintendenti o direttori: solo così un paese può crescere artisticamente. Non sono contraria ai talent show, l’importante è che non si diano cattivi esempi e non si illudano i giovani. Io vado spesso in televisione come ospite, cerco di fare capire ai giovani che bisogna fare dei sacrifici per arrivare ad ottenere importanti risultati, avere volontà, passione ed amare quello che si sta facendo. Quando ero una ragazzina, la mia massima aspirazione era diventare una prima ballerina di un importante teatro italiano o europeo… oggi mi capita di ascoltare discorsi fatti da giovani ragazze, cui il “top della vita” è andare in televisione per essere riconosciute per strada…solo l’ impegno e la dedizione sono la vera vittoria!

Condividi la commistione fra due importanti e differenti forme artistiche, quali la danza classica e la danza moderna?

Certamente. La nostra generazione è fortemente legata alla danza contemporanea ed é importante dar spazio a giovani coreografi.

Anzi, io cerco di sperimentare nuovi artisti, coreografi italiani soprattutto. All’Opéra di Parigi balliamo molta danza moderna, la nostra direttrice è molto attratta dal mondo del contemporaneo e comunque la base classica deve essere sempre presente. Devo ammettere che non apprezzo molto la danza che non ha fondamenta ben salde nella danza classica. Fortunatamente oggi come oggi abbiamo tanti coreografi contemporanei di altissimo livello.

All’Opéra, abbiamo avuto la grande fortuna di lavorare con grandi maestri quali Jiry Kylian e Pina  Bausch che hanno creduto fortemente nel teatro-danza.

Questi grandi coreografi hanno trasmesso la loro arte attraverso noi ballerini ed hanno fatto sì che le loro coreografie potessero essere fortemente apprezzate, ottenendo grande successo anche in Italia.

Nel film The Black Swan spicca la magistrale interpretazione dell’attrice Premio Oscar Natalie Portman e si intravedeun “retroscena” sulla danza classica non troppo confortante.

Un film decisamente esagerato.

Mi é dispiaciuto personalmente che venisse fuori quest’immagine distorta e storpiata della danza classica, piena zeppa di depressioni, pazzie, esaurimenti: questi gli stati d’animo prevalenti nel film! Se fossi una giovane ragazza desiderosa di intraprendere la carriera di ballerina, cambierei i miei piani!!!

É vero che c’ è competizione e voglia di migliorarsi, ma è stato rappresentato in maniera eccessiva.

Il film comunque è emozionante, lei è bravissima, e le coreografie curate in maniera eccezionale da Benjamin Millepied, che ha iniziato il suo percorso artistico proprio all’ Opéra. Sono rimasta  stupita, però, che un coreografo e ballerino classico e che conosce la nostra realtà, abbia dato delle indicazioni ed immagini artistiche così pesanti sulla danza classica. Probabilmente sarà stata una scelta registica.

Rossella Diaz

Articolo tratto dalla rivista BUK

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Il lavoro, la mia fonte di ispirazione

 Dal libro ispirato al ”caso Cogne” alla sua ultima fatica letteraria sul delitto di Perugia.

E, poi, un progetto editoriale sul disagio femminile, quello che può portare ad uccidere.

Intervista a Luciano Garofano, storico comandante dei RIS di Parma

Una biografia decisamente poliedrica, quella di Luciano Garofano: Generale, ex capo dei RIS di Parma, biologo, docente universitario, consulente tecnico scientifico e, ora, anche autore di numerosi successi editoriali su temi di scottante attualità. E il materiale dal quale attingere e al quale ispirarsi per le sue opere letterarie, certamente, non manca. Garofano, infatti, negli ultimi decenni, per lavoro, era presente su numerose “scene del crimine”. Ha preso parte alle indagini per i delitti di Erba, di Novi Ligure e di Cogne, ha avuto a che fare con le strage di Capaci e con il serial killer Donato Bilancia, per citare solo quelli più famosi. A BUK ha raccontato come nasce la sua necessità di scrivere, ma anche della sua passione per il lavoro nei RIS, dei suoi prossimi progetti editoriali. E sul ruolo dei media, il Generale si toglie dalla scarpa qualche “sassolino”.

 Dott. Garofano: Generale dei carabinieri in congedo, docente universitario, scrittore… i suoi libri, citandone alcuni “Il Processo Imperfetto”, “Assassini per caso”, “Delitti e Misteri del passato”, hanno ottenuto grande successo di critica e di pubblico. Da dove ha origine questa sua vena ‘letterario creativà?

Nasce durante il processo di Cogne nel 2002. Decisi di scrivere “Il Processo imperfetto”, soprattutto per un’azione di difesa verso i RIS, a causa di illazioni gratuite da parte dei legali della difesa Franzoni Mi domandai perciò, quale poteva essere il modo più saggio per cercare di far capire ai cittadini che noi RIS, in quel caso specifico, ma anche in tanti altri migliaia di casi, avevamo lavorato sempre con grande professionalità, serietà ma soprattutto onestà. Decisi quindi di scrivere questo libro, per trasmettere a tutti che non sempre quel che viene riportato dai media è la pura verità. Poi, leggendo diversi libri noir sia di autori americani che europei, mi resi conto che mancava molto spesso la descrizione e la composizione di fatti nello specifico, le modalità ed i limiti con cui potevano essere messe in discussione le indagini tradizionali, o ancora raccontare più semplicemente cosa fosse la prova scientifica e provare anche ad infondere sicurezza nei cittadini attraverso il racconto di singoli casi. ‘Stranamente’ ed ‘improvvisamente’ la scienza ebbe un enorme successo ed attraeva molto. Tutti volevano saperne di più.

Con il caso di Cogne, otto anni fa, si è aperto il discutibile capitolo del ‘processo in tv’. Frotte di opinionisti o presunti tali, avvocati agguerriti che presenziano a tutte le trasmissioni, plastici di case del delitto, parenti delle vittime che si trasformano grottescamente in protagonisti di un reality show…leggendo il Processo Imperfetto, sul caso di Annamaria Franzoni, si può notare subito come lei vada a ‘denunciare’ alcuni atteggiamenti negativi di manipolazione dei media per condizionare l’opinione pubblica, soprattutto nella fase delle indagini preliminari.

La stampa ed i media molto spesso hanno un ristretto spazio a disposizione e questo fa si che non si riesca ad approfondire in realtà quello che può essere l’attuale stato delle indagini o di un processo. Si tende ad esemplificare. Questa esemplificazione porta ad affermare o scrivere cose che vadano ad interessare o attrarre. Ad esempio, un semplice contrasto dialettico tra le parti in causa, in quel momento può sembrare clamoroso, però il giorno dopo approfondendo la notizia, si capirà di quale portata era veicolo, spesso anche forviante. Una notizia, una dichiarazione, un’ipotesi, un’idea, una strategia se è nuova, può certamente attrarre i media, ma poi molto spesso é destituita di ogni fondamento. Io credo fermamente che l’informazione sia sacrosanta e noi tutti abbiamo il diritto ad essere informati, però è importantissimo avere una maggiore riservatezza per la delicata fase tipica delle indagini preliminari, in cui ogni novità ed ogni fatto, può avere oggi un valore e domani non si sa. Immaginiamo il caso di Yara Gambirasio: sentiamo la notizia dei cani molecolari, oppure la presenza di ricerche con il georadar, o l’ipotesi del maniaco…ogni giorno c’é qualcosa di nuovo, e non sempre vero ed attendibile. Le indagini sono composte da molteplici aspetti e c’è il rischio di voler dare per forza un’opinione tanto per darla. Il potere della ‘mediaticità’ é talmente elevato, che può essere deviante e spesso ci imbattiamo nella solita equazione “se lo dice la tv, il quotidiano o il tg, é la verità”. E purtroppo i rappresentanti dei media, già dalle prime notizie investigative, sono già pronti ad emettere la sentenza definitiva. Ritengo perciò, che in fase di indagini preliminari sia necessaria assolutamente maggiore riservatezza, professionalità e minore manipolazione ed elaborazione.

Lei si è imbattuto, in numerose scene del crimine ed ha visto da vicino quali atrocità può essere capace di commettere la mente umana. Come si può mettere da parte e superare l’orrore, nella vita quotidiana?

Avendo lavorato a tanti casi terribili, devo ammettere che l’unico modo per riuscire a distaccarsi e ad andare avanti nella vita di tutti i giorni, é imparare a dare valore alle cose semplici e quasi scontate della vita; a quelle che apparentemente ci annoiano, proprio perché la normalità é straordinarietà: essere persone ‘normali’, star bene, avere buoni rapporti, buone amicizie, non avere conflittualità, é molto più importante di quel che pensiamo ed é bene accontentarsi della quotidianità.

 Secondo lei, che valore ha la prova scientifica nell’atto processuale?

Grande importanza sia nelle indagini che nel processo. Posso affermare ormai, che tutti i casi di cui abbiamo avuto notizia nel nostro paese negli ultimi decenni abbiano dimostrato quanto la prova scientifica sia diventata sempre più determinante e spesso fondamentale per risolvere i casi delittuosi. Tra i tanti faccio l’esempio del caso di via Poma, anche se ancora non sappiamo come si risolverà, ma solo il fatto di poter affrontare un caso delittuoso dopo 20 anni é importantissimo. Oppure la violenza sessuale della Caffarella a Roma, in cui addirittura la prova scientifica é servita ad individuare i veri colpevoli, sebbene le indagini tradizionali stavano seguendo un’altra direzione.

Qual è stato il caso che ha trattato quando era a capo dei RIS, che più di tutti per qualche motivo, l’ha segnata?

Ritengo senza dubbio il caso di Erika ed Omar, perché rappresentano qualcosa di veramente incomprensibile. Si può ‘capire’ di tutto: la tragedia, la patologia, la disperazione, una mamma assassina, una moglie o un marito in cui scatta il raptus, la povertà, la depressione, la tragedia che scaturisce da rapporti complessi disperatissimi, ma ancora dopo tanti anni, non sono riuscito a darmi risposta di come una ragazzina di diciassette anni possa uccidere il fratello di dodici che amava e sul quale non c’era nessun contrasto o risentimento, ma solo perché si trovata al posto sbagliato nel momento sbagliato. Tutto questo anche amplificato dal fatto che all’epoca io avevo due figli della stessa età e per me è stato come proiettare quell’episodio sulla mia vicenda familiare ed ancor di più impietrirmi, non potendo pensare che uno dei miei figli potesse arrivare ad uccidere l’altro. È ancora per me incomprensibile e non accettabile. Poi vederne le modalità e cosa le analisi ci hanno dimostrato ed in che modo si é infierito su questo bambino che adorava la sorella in maniera totale, mi hanno purtroppo profondamente colpito.

Dopo la sua ultima pubblicazione del 2010, (Assassini per caso) sul caso di Meredith Kercher, sta lavorando a qualche altro progetto? Può darci qualche anticipazione?

Sto lavorando ad un libro sul disagio femminile che spero possa uscire prima dell’estate, con la nuova serie “L’altra metà del crimine” su La7. Poiché mi sono reso conto di quanto sia un problema sempre maggiore e di quanto le donne siano oggetto di violenze di ogni genere. Attingeremo dalla casistica insieme a Paul Russel e Andrea Vogt e vorremmo arrivare ad illuminare, spiegare ed informare con dati specifici, le diverse tipologie di violenze contro le donne, attingendo a casi delittuosi reali. E da qui trarre ulteriori approfondimenti tematici quale lo stalking, la violenza sessuale, il disagio derivato dal post-partum e provare a dare consigli su come difendersi da eventuali minacce, da violenze fisiche o psicologiche, a quali istituzioni rivolgersi. Suggerimenti, questi, che possano orientare le donne, in questo panorama non certo facile.

Rossella Diaz

Carta o bit? Torna il concorso Parole Digitali

Organizzato da Buk Festival e dal Comune di Modena, è riservato a ragazzi dai 15 ai 25 anni. In palio la pubblicazione di un e-book

Anche quest’anno torna “Parole digitali”, il concorso a premi per giovani creativi, organizzato dalla Rete Net Garage del Comune di Modena e Buk Festival della piccola e media editoria. Il tema è più attuale che mai: libro o e-book? È una nuova rivoluzione tecnologica quella che sta investendo l’editoria tradizionale, ma cosa ne pensano i lettori? Preferiranno l’odore della carta di un bel libro, da leggere e da sfogliare o un e-book leggero, pratico e che può contenere centinaia di titoli? Abbiamo chiesto a Walter Martinelli, tra gli organizzatori del concorso, la sua opinione su quali sono i vantaggi di un libro elettronico. “Sono molti e di diverso ‘tipo’. Innanzitutto il costo minore e la possibilità di avere ‘una intera biblioteca in tasca’. Credo però che le caratteristiche più interessanti e ‘rivoluzionarie’ del libro elettronico siano la possibilità per chiunque di realizzare e distribuire le proprie opere a costo zero. Un po’ come è avvenuto nel campo musicale, ogni scrittore può diventare editore di se stesso e distribuire o condividere la propria opera attraverso la Rete. Uno scenario completamente nuovo, dove conterà di più il contenuto e la qualità dell’opera rispetto al ‘potere distributivo’”. Come si stanno preparando, invece, le biblioteche cittadine all’avvento dell’e-book? Secondo la Direttrice delle Biblioteche del Comune di Modena, Meris Bellei, si tratta di una novità importante che può contribuire a porre fortemente l’accento sulla lettura, richiamando l’attenzione di chi è affezionato alle tecnologie e diffida del libro di carta. “L’importante per noi è che si trasmettano dei contenuti, e a questo fine ogni supporto è utile. I bibliotecari hanno già familiarizzato con alcuni reader, attraverso momenti di autoformazione. Gli stessi reader saranno disponibili agli utenti della Biblioteca Delfini per brevi sessioni di prova, individuali e in piccoli gruppi. Da queste sperimentazioni trarremo informazioni utili per progettare servizi più avanzati, come il prestito a domicilio di libri digitali: attività che prevediamo di poter realizzare, anche se richiederà tempi più lunghi per i necessari investimenti in tecnologie che si dovranno affrontare in rete provinciale di biblioteche”.

Rosita Pisacane

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