Interviste
L’unione fa la forza
L’Associazione Editori Modenesi raggruppa 19 realtà editoriali ed è impegnata nella promozione delle pubblicazioni prodotte a livello locale. Il presidente Elis Colombini fa un bilancio dell’attività e dice: “Il pubblico ci è sempre stato vicino”
Sono 19 piccole case editrici, tutte saldamente radicate nel territorio, Modena e la sua provincia, che si sono riunite in associazione, come recita lo statuto, per “promuovere, diffondere e far conoscere le pubblicazioni prodotte nel territorio modenese entro e oltre i confini del territorio stesso”. “Un’associazione non a fini di lucro – spiega il presidente dell’Aem (Associazione Editori Modenesi) Elis Colombini – che nasce dalla volontà degli editori di incontrarsi, di conoscersi, di scambiare esperienze, opinioni, esigenze, con l’obiettivo di confrontarsi sulle varie problematiche produttive e distributive al fine di trovare soluzioni collettive e approcci condivisi”.
Con le diverse edizioni di Libriamodena, l’Aem ha portato i libri in piazza, tra la gente: qual è stato il riscontro di pubblico?
Affrontare la piazza è sempre una sfida notevole in termini di organizzazione e di energie da mettere in campo. Tuttavia, è una sfida sempre vincente, perché la piazza è, per antonomasia, il luogo della diffusione delle idee, dei progetti, il luogo del dialogo, della promozione, dell’incontro e dello scambio. Uno dei primi effetti che abbiamo riscontrato è la sorpresa del pubblico nel vedere quanti editori ci sono a Modena e provincia e, soprattutto, quanti libri di qualità riescano a produrre. Con gli attuali 19 associati, riusciamo a proporre un catalogo di oltre 1.500 titoli: dalla storia locale alla gastronomia, dallo sport alla poesia e ai romanzi, dai libri fotografici riccamente illustrati ai libri per ragazzi e ai fumetti… praticamente tutti i generi sono rappresentati.
Un altro aspetto positivo è stato l’incontro diretto degli editori e degli autori con i lettori, nel contesto delle tante presentazioni di libri che abbiamo proposto. Certo, a volte, il tempo non ci ha aiutato, abbiamo affrontato la pioggia, il vento, la neve, ma i risultati positivi non sono mai mancati: il pubblico ha sempre dimostrato interesse e partecipazione alle nostre iniziative.
In riferimento all’ambito locale, nella scelta di pubblicare un autore che cosa si considera soprattutto?
La qualità della proposta editoriale, la sua vendibilità e la sua capacità di superare il momento iniziale di novità per mantenersi interessante nel tempo, il più a lungo possibile. Il mercato è sempre il punto di riferimento da tenere presente per la necessaria sopravvivenza dell’impresa, ma, immancabilmente, occorre porre la giusta attenzione al libro, affinché non sia solo un prodotto da “consumare preferibilmente entro…”, ma che abbia una buona capacità di durata e, magari, di passare a più di un lettore, a più di una generazione, a più di un mercato.
Dal suo osservatorio, quali sono i generi letterari che incontrano maggiormente il favore del pubblico ?
Come all’inizio del Novecento Pinocchio, Cuore e l’Artusi erano i libri più venduti, ancora oggi si può ricalcare questo canone: libri per l’infanzia e i ragazzi, libri di narrativa, libri di cucina. Nonostante sia dimostrato che creare un lettore voglia dire creare ricchezza e aiutare la crescita economica, in questo momento particolare, in cui la crisi si fa sentire pesantemente sulle capacità di spesa delle persone, la cultura viene per prima penalizzata dalle istituzioni e dal mercato. Dovendo fare molta più attenzione al bilancio, le famiglie scelgono, quindi, prevalentemente libri per i figli, per l’infanzia e per i ragazzi, sacrificando quelli per gli adulti.
Un autore che intenda proporsi ad un editore con un proprio lavoro, come deve comportarsi ?
Deve guardarsi intorno, farsi un’idea di quello che offre e come lo offre
il mercato editoriale; valutare la linea editoriale dei vari editori e selezionare quelli che si ritengono giusti per la propria opera; valutare criticamente se la propria opera possa essere all’altezza del livello editoriale scelto; e poi scegliere a quale editore affidarla, ascoltare le reciproche esigenze e disegnare un percorso soddisfacente per entrambe le parti e insieme sforzarsi e impegnarsi per il migliore risultato.
Una delle critiche più ricorrenti rivolte all’editoria medio piccola è quella di pubblicare chiedendo una partecipazione economica all’autore: un’accusa vera o infondata ?
Più che un’accusa è una realtà di mercato che maggiormente si riscontra nella piccola editoria, dove i margini di operatività sono molto più ristretti e dove la quantità dei titoli prodotti è molto più ridotta e, quindi, il rischio d’impresa sul singolo titolo è molto più alto. Si tenga sempre presente che l’editore purtroppo non è un mecenate, nonostante, nell’immaginario collettivo, si abbia questa percezione. Quando un editore considera un’opera, valuta anche la sua qualità commerciale. Ci sono opere che vengono finanziate dall’editore perchè in esse crede e vede la possibilità almeno di un recupero degli investimenti e del lavoro fatto; ci sono, poi, opere che richiedono una partecipazione di impegno economico tra editore ed autore; infine, ci sono opere che vengono pubblicate completamente a pagamento, perché, altrimenti, non vedrebbero la luce.
INFO_Nei siti www.editorimodenesi.it e www.libriamodena.it si possono trovare altre ulteriori informazioni e il calendario aggiornato delle programmazioni per il 2011.
Stefano Malagoli
Il lavoro, la mia fonte di ispirazione
Dal libro ispirato al ”caso Cogne” alla sua ultima fatica letteraria sul delitto di Perugia.
E, poi, un progetto editoriale sul disagio femminile, quello che può portare ad uccidere.
Intervista a Luciano Garofano, storico comandante dei RIS di Parma
Una biografia decisamente poliedrica, quella di Luciano Garofano: Generale, ex capo dei RIS di Parma, biologo, docente universitario, consulente tecnico scientifico e, ora, anche autore di numerosi successi editoriali su temi di scottante attualità. E il materiale dal quale attingere e al quale ispirarsi per le sue opere letterarie, certamente, non manca. Garofano, infatti, negli ultimi decenni, per lavoro, era presente su numerose “scene del crimine”. Ha preso parte alle indagini per i delitti di Erba, di Novi Ligure e di Cogne, ha avuto a che fare con le strage di Capaci e con il serial killer Donato Bilancia, per citare solo quelli più famosi. A BUK ha raccontato come nasce la sua necessità di scrivere, ma anche della sua passione per il lavoro nei RIS, dei suoi prossimi progetti editoriali. E sul ruolo dei media, il Generale si toglie dalla scarpa qualche “sassolino”.
Dott. Garofano: Generale dei carabinieri in congedo, docente universitario, scrittore… i suoi libri, citandone alcuni “Il Processo Imperfetto”, “Assassini per caso”, “Delitti e Misteri del passato”, hanno ottenuto grande successo di critica e di pubblico. Da dove ha origine questa sua vena ‘letterario creativà?
Nasce durante il processo di Cogne nel 2002. Decisi di scrivere “Il Processo imperfetto”, soprattutto per un’azione di difesa verso i RIS, a causa di illazioni gratuite da parte dei legali della difesa Franzoni Mi domandai perciò, quale poteva essere il modo più saggio per cercare di far capire ai cittadini che noi RIS, in quel caso specifico, ma anche in tanti altri migliaia di casi, avevamo lavorato sempre con grande professionalità, serietà ma soprattutto onestà. Decisi quindi di scrivere questo libro, per trasmettere a tutti che non sempre quel che viene riportato dai media è la pura verità. Poi, leggendo diversi libri noir sia di autori americani che europei, mi resi conto che mancava molto spesso la descrizione e la composizione di fatti nello specifico, le modalità ed i limiti con cui potevano essere messe in discussione le indagini tradizionali, o ancora raccontare più semplicemente cosa fosse la prova scientifica e provare anche ad infondere sicurezza nei cittadini attraverso il racconto di singoli casi. ‘Stranamente’ ed ‘improvvisamente’ la scienza ebbe un enorme successo ed attraeva molto. Tutti volevano saperne di più.
Con il caso di Cogne, otto anni fa, si è aperto il discutibile capitolo del ‘processo in tv’. Frotte di opinionisti o presunti tali, avvocati agguerriti che presenziano a tutte le trasmissioni, plastici di case del delitto, parenti delle vittime che si trasformano grottescamente in protagonisti di un reality show…leggendo il Processo Imperfetto, sul caso di Annamaria Franzoni, si può notare subito come lei vada a ‘denunciare’ alcuni atteggiamenti negativi di manipolazione dei media per condizionare l’opinione pubblica, soprattutto nella fase delle indagini preliminari.
La stampa ed i media molto spesso hanno un ristretto spazio a
disposizione e questo fa si che non si riesca ad approfondire in realtà quello che può essere l’attuale stato delle indagini o di un processo. Si tende ad esemplificare. Questa esemplificazione porta ad affermare o scrivere cose che vadano ad interessare o attrarre. Ad esempio, un semplice contrasto dialettico tra le parti in causa, in quel momento può sembrare clamoroso, però il giorno dopo approfondendo la notizia, si capirà di quale portata era veicolo, spesso anche forviante. Una notizia, una dichiarazione, un’ipotesi, un’idea, una strategia se è nuova, può certamente attrarre i media, ma poi molto spesso é destituita di ogni fondamento. Io credo fermamente che l’informazione sia sacrosanta e noi tutti abbiamo il diritto ad essere informati, però è importantissimo avere una maggiore riservatezza per la delicata fase tipica delle indagini preliminari, in cui ogni novità ed ogni fatto, può avere oggi un valore e domani non si sa. Immaginiamo il caso di Yara Gambirasio: sentiamo la notizia dei cani molecolari, oppure la presenza di ricerche con il georadar, o l’ipotesi del maniaco…ogni giorno c’é qualcosa di nuovo, e non sempre vero ed attendibile. Le indagini sono composte da molteplici aspetti e c’è il rischio di voler dare per forza un’opinione tanto per darla. Il potere della ‘mediaticità’ é talmente elevato, che può essere deviante e spesso ci imbattiamo nella solita equazione “se lo dice la tv, il quotidiano o il tg, é la verità”. E purtroppo i rappresentanti dei media, già dalle prime notizie investigative, sono già pronti ad emettere la sentenza definitiva. Ritengo perciò, che in fase di indagini preliminari sia necessaria assolutamente maggiore riservatezza, professionalità e minore manipolazione ed elaborazione.
Lei si è imbattuto, in numerose scene del crimine ed ha visto da vicino quali atrocità può essere capace di commettere la mente umana. Come si può mettere da parte e superare l’orrore, nella vita quotidiana?
Avendo lavorato a tanti casi terribili, devo ammettere che l’unico modo per riuscire a distaccarsi e ad andare avanti nella vita di tutti i giorni, é imparare a dare valore alle cose semplici e quasi scontate della vita; a quelle che apparentemente ci annoiano, proprio perché la normalità é straordinarietà: essere persone ‘normali’, star bene, avere buoni rapporti, buone amicizie, non avere conflittualità, é molto più importante di quel che pensiamo ed é bene accontentarsi della quotidianità.
Secondo lei, che valore ha la prova scientifica nell’atto processuale?
Grande importanza sia nelle indagini che nel processo. Posso affermare ormai, che tutti i casi di cui abbiamo avuto notizia nel nostro paese negli ultimi decenni abbiano dimostrato quanto la prova scientifica sia diventata sempre più determinante e spesso fondamentale per risolvere i casi delittuosi. Tra i tanti faccio l’esempio del caso di via Poma, anche se ancora non sappiamo come si risolverà, ma solo il fatto di poter affrontare un caso delittuoso dopo 20 anni é importantissimo. Oppure la violenza sessuale della Caffarella a Roma, in cui addirittura la prova scientifica é servita ad individuare i veri colpevoli, sebbene le indagini tradizionali stavano seguendo un’altra direzione.
Qual è stato il caso che ha trattato quando era a capo dei RIS, che più di tutti per qualche motivo, l’ha segnata?
Ritengo senza dubbio il caso di Erika ed Omar, perché rappresentano qualcosa di veramente
incomprensibile. Si può ‘capire’ di tutto: la tragedia, la patologia, la disperazione, una mamma assassina, una moglie o un marito in cui scatta il raptus, la povertà, la depressione, la tragedia che scaturisce da rapporti complessi disperatissimi, ma ancora dopo tanti anni, non sono riuscito a darmi risposta di come una ragazzina di diciassette anni possa uccidere il fratello di dodici che amava e sul quale non c’era nessun contrasto o risentimento, ma solo perché si trovata al posto sbagliato nel momento sbagliato. Tutto questo anche amplificato dal fatto che all’epoca io avevo due figli della stessa età e per me è stato come proiettare quell’episodio sulla mia vicenda familiare ed ancor di più impietrirmi, non potendo pensare che uno dei miei figli potesse arrivare ad uccidere l’altro. È ancora per me incomprensibile e non accettabile. Poi vederne le modalità e cosa le analisi ci hanno dimostrato ed in che modo si é infierito su questo bambino che adorava la sorella in maniera totale, mi hanno purtroppo profondamente colpito.
Dopo la sua ultima pubblicazione del 2010, (Assassini per caso) sul caso di Meredith Kercher, sta lavorando a qualche altro progetto? Può darci qualche anticipazione?
Sto lavorando ad un libro sul disagio femminile che spero possa uscire prima dell’estate, con la nuova serie “L’altra metà del crimine” su La7. Poiché mi sono reso conto di quanto sia un problema sempre maggiore e di quanto le donne siano oggetto di violenze di ogni genere. Attingeremo dalla casistica insieme a Paul Russel e Andrea Vogt e vorremmo arrivare ad illuminare, spiegare ed informare con dati specifici, le diverse tipologie di violenze contro le donne, attingendo a casi delittuosi reali. E da qui trarre ulteriori approfondimenti tematici quale lo stalking, la violenza sessuale, il disagio derivato dal post-partum e provare a dare consigli su come difendersi da eventuali minacce, da violenze fisiche o psicologiche, a quali istituzioni rivolgersi. Suggerimenti, questi, che possano orientare le donne, in questo panorama non certo facile.
Rossella Diaz







